Ritmo e ironia intatti nella versione teatrale de “L’appartamento”
Ritmo e ironia intatti nell versione teatrale de “L’appartamento”
Non è facile competere con un capolavoro assoluto della storia del cinema, vincitore di ben cinque premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura originale, scenografia e montaggio). Eppure la trasposizione teatrale de “L’appartamento”, in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 31 gennaio, è davvero uno spettacolo godibile e riesce a fugare molti dubbi sulla possibilità di ricreare in teatro la magia cinematografica del magnifico film diretto da Billy Wilder.
Massimo Dapporto nel ruolo di C.C. Baxter, che fu di Jack Lemmon, Benedicta Boccoli in quello di Fran Kubelik, reso straordinario da Shirley Mac Laine. Sembrava impossibile. Per non parlare del testo scritto da Billy Wilder e I.A.L. Diamond. Eppure ritmo ed ironia sono intatti, gli interpreti davvero bravi ed Edoardo Erba e Massimo Dapporto si meritano un elogio per l’ardua impresa di adattamento dei dialoghi. Così come Patrick Rossi Gastaldi, che si è inventato una regia cinematografica, basata su un girevole che riproduce le varie scene del film (l’appartamento, l’ascensore, l’ufficio e il locale), senza mai lasciare in ombra il palco e rallentare il ritmo (e qui un bravo va anche al light designer Mario Esposito).
Un unico dubbio è sull’età dei protagonisti. All’epoca Jack Lemmon aveva trentacinque anni e la Mac Laine appena ventisei. Bisogna ammettere che per quanto brillante, l’espressione e la fisicità di Dapporto a volte tradiscono un po’ gli anni.
Intatta l’ambientazione anni ‘60 con un uso discreto e realistico di scenografie (di Luca Nardelli) e costumi (di Cristina Ricceri).
La storia dello squallido impiegatuccio d’azienda che si improvvisa affittacamere per i superiori per fare carriera rimane comunque attuale. Così come la finta storia d’amore tra Fran, ragazza dellìascensore, e il grande capo. Inevitabile che due solitudini sull’orlo dellla prostituzione morale come quelle di C.C. e Fran, si incontrino e si innamorino. C.C. da subito, Fran – con la parentesi quasi tragica del suo tentato suicidio a causa degli inganni del boss – quasi sull’epilogo. Non sapremo esattamente come andrà a finire.
Anche se l’ultima frase di Fran, alle prese con una partita a carte con C.C. la dice lunga: “Stia zitto e dia le carte”.

Non è facile competere con un capolavoro assoluto della storia del cinema, vincitore di ben cinque premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura originale, scenografia e montaggio). Eppure la trasposizione teatrale de “L’appartamento”, in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 31 gennaio, è davvero uno spettacolo godibile e riesce a fugare molti dubbi sulla possibilità di ricreare in teatro la magia cinematografica del magnifico film diretto da Billy Wilder.
Massimo Dapporto nel ruolo di C.C. Baxter, che fu di Jack Lemmon, Benedicta Boccoli in quello di Fran Kubelik, reso straordinario da Shirley Mac Laine. Sembrava impossibile. Per non parlare del testo scritto da Billy Wilder e I.A.L. Diamond. Eppure ritmo ed ironia sono intatti, gli interpreti davvero bravi ed Edoardo Erba e Massimo Dapporto si meritano un elogio per l’ardua impresa di adattamento dei dialoghi. Che non ha nulla a che vedere con “Promesse, promesse” la versione musical del film, realizzata da Neil Simon e Burt Bacharach nel ‘68 e interpretata in Italia prima da Johnny Dorelli e poi da Gianluca Guidi.
Notevole la regia di Patrick Rossi Gastaldi, che si è inventato un taglio cinematografico, basato su un girevole che riproduce le varie scene del film (l’appartamento, l’ascensore, l’ufficio e il locale), senza mai lasciare in ombra il palco e rallentare il ritmo (e qui un bravo va anche al light designer Mario Esposito).
Un unico dubbio è sull’età dei protagonisti. All’epoca Jack Lemmon aveva trentacinque anni e la Mac Laine appena ventisei. Bisogna ammettere che per quanto brillante, l’espressione e la fisicità di Dapporto a volte tradiscono un po’ gli anni.
Intatta l’ambientazione anni ‘60 con un uso discreto e realistico di scenografie (di Luca Nardelli) e costumi (di Cristina Ricceri).
La storia dello squallido impiegatuccio d’azienda che si improvvisa affittacamere per agevolare le avventure clandestine dei superiori, ma soprattutto per fare carriera, rimane comunque attuale. Così come la relazione di convenienza tra Fran, ragazza dell’ascensore, e il grande capo. Inevitabile che due solitudini sull’orlo dellla prostituzione morale come quelle di C.C. e Fran, si incontrino e si innamorino. C.C. da subito, Fran – con la parentesi quasi tragica del suo tentato suicidio a causa degli inganni del boss – sull’epilogo. Non sapremo esattamente come andrà a finire.
Anche se l’ultima frase di Fran, alle prese con una partita a carte con C.C., la dice lunga: “Stia zitto e dia le carte”.
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