“Da una casa di morti”: cronaca di un successo annunciato al Teatro Alla Scala

“ In ogni essere umano c’è la scintilla di Dio” c’è scritto sulla prima pagina della partitura di “Da una casa di morti”, l’opera che il grande compositore cecoslovacco Leóš Janáček  trasse nel 1928 dal romanzo di “Memorie da una casa di morti” di Fëdor Dostoevskij
Ed è proprio la lezione che sembra voler dare il regista Patrick Chereau al pubblico in questo suo allestimento  del’’opera, che ha già trionfato su gran parte delle scene europee e americane e si prepara a debuttare ufficialmente stasera al Taetro alla Scala, con la regia di Esa-Pekka Salonen.
Un microcosmo tragico di incredibile potenza e poesia si fa largo tra le pareti del  gulag siberiano (reso anche dalle splendide scene claustrofobiche e  imponenti di Richard Peduzzi) in cui è ambientato il racconto.  Questo grazie a una musica introspettiva e lacerante, che si esprime attraverso la straordinarie prove dei cantanti, ma anche con un impressionante lavoro registico, che dà modo all’intero cast di interpretare potenti movimenti di massa. Geniale poi l’idea di interrompere  la visuale orizzontale delle miserie del carcere con la discesa improvvisa dall’alto di un cumulo di immondizia.
La trama, quasi una sorta di profetico sguardo sull’orrore dei lager nazisti e dei gulag staliniani, si snoda nei racconti sofferti dei prigionieri e nella quotidianità a volte paradossalmente leggera del loro vissuto. La presenza costante di un’aquila ferita diventerà il simbolo di speranza per uno di loro, il nobile Gorjančikov, che ritorna inaspettatamente un uomo libero.

“In ogni essere umano c’è la scintilla di Dio” c’è scritto sulla prima pagina della partitura di “Da una casa di morti”, l’opera che il grande compositore cecoslovacco Leóš Janáček  trasse nel 1928 dal romanzo di “Memorie da una casa di morti” di Fëdor Dostoevskij.

Ed è proprio la lezione che sembra voler dare il regista Patrice Chéreau al pubblico in questo suo allestimento del’opera, che ha già trionfato su gran parte delle scene europee e americane e si prepara a debuttare ufficialmente stasera al Teatro alla Scala, con la direzione di Esa-Pekka Salonen. Una messa in scena potente e poetica, come ho avuto modo di apprezzare alla generale di venerdì scorso.

Un microcosmo tragico di incredibile potenza e poesia si fa largo tra le pareti del  gulag siberiano (reso anche dalle splendide scene claustrofobiche e  imponenti di Richard Peduzzi) in cui è ambientato il racconto.  Questo grazie a una musica introspettiva e lacerante, che si esprime attraverso la straordinarie prove dei cantanti, ma anche con un impressionante lavoro registico, che dà modo all’intero cast di interpretare potenti movimenti di massa. Geniale poi l’idea di interrompere  la visuale orizzontale delle miserie del carcere con la discesa improvvisa dall’alto di un cumulo di immondizia.

La trama, quasi una sorta di profetico sguardo sull’orrore dei lager nazisti e dei gulag staliniani, si snoda nei racconti sofferti dei prigionieri e nella quotidianità a volte paradossalmente leggera del loro vissuto. La presenza costante di un’aquila ferita diventerà il simbolo di speranza per uno di loro, il nobile Gorjančikov, che ritorna inaspettatamente un uomo libero.

Grande Chéreau, grande cast, orchestra  e direzione per un allestimento che ha già entusiasmato la critica europea e statunitense.

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