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	<title>TOP HAT - spettacolo online &#187; Testi</title>
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		<title>Grönholm, chi era costui?</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 08:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>isabella</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C&#8217;è chi legge o assiste a un certo tipo di teatro come se fosse un fotoromanzo. Distrattamente, prendendosi delle pause d&#8217;attenzione. Vuoi perché spesso si trova davanti a testi vuoti e ripetitivi (sperimentazione fine a sé stessa) o alle ennesime riedizioni di classici in chiave facilitata, magari col divetto televisivo di turno (quelle che io definisco classical plays for dummies). Per fortuna ci sono testi davanti ai quali non ci si può distrarre. Come la raccolta di teatro catalano Il metodo Grönholm e altre eccezioni, edito da Gran vía, una casa editrice italiana specializzata in opere del panorama letterario iberico contemporaneo. Con un occhio fortemente attento alle novità. La raccolta, a cura di Davide Carnevali, è stata tradotta dallo stesso Carnevali, Laura Bernardini ed Enrico Ianniello con il contributo dell&#8217;Institut Ramon Llull,  il prestigioso istituto catalano di cultura. Da notare poi l&#8217;accurata introduzione di Furio Colombo. Quattro storie legate dall&#8217;incredibile potere della parola. Parole crude, reali, per ingannare, sconvolgere, vendicare e illudere. Quattro autori relativamente giovani: Jordi Galceran, Lluïsa Cunillé, Carles Batlle e Victoria Szpunberg (argentina naturalizzata catalana, è la più giovane, classe 1973), che pur attingendo a varie tipologie di collaudate sperimentazioni teatrali (con echi da Pinter a Beckett, ma con risultati simili ad alcune nuove voci della drammaturgia francese, come Marie NDiaye), trovano una loro peculiarità espressiva. Lontana anni luce dalla tradizione della drammaturgia iberica, molto spesso erede delle finezze verbali benaventine.<br />
Fernando è il classico sbruffone aziendale. Finirà stritolato in un gioco al massacro dove nessuno è quello che sembra. Un metodo di selezione, particolarissimo, il metodo Grönholm appunto, in cui tutto è teso al sacrificio dei propri valori e alla progressiva rivelazione delle proprie debolezze. E, inevitabilmente, ho rivissuto con terrore i  miei primi colloqui di selezione, dove una laconica squinzietta cercava di sondare la mia duttilità aziendale, chiedendomi quali dei miei familiari avrei preferito buttare da una torre. Da questa allusione avrete già capito che il metodo Grönholm è dalle parti dei desolanti e tragi-comici scorci  di Urs Widmar e del suo Top Dogs.<br />
Decisamente più ostico Après moi le deluge (Dopo di me il diluvio). In questo caso, il rimando alla logorroicità forzata della NDiaye è evidente. A Kinshasa, un uomo d&#8217;affari bianco ascolta la richiesta di un contadino del luogo, che vuole affidargli il figlio come apprendista-tutto fare, per salvarlo da un futuro di stenti. Il racconto del padre, che appare solo attraverso la figura di un&#8217;interprete europea, svelerà la sua tragica esistenza, ma anche le fragilità del uomo d&#8217;affari. Parole fiume, che apparentemente stordiscono, ma che in realtà servono a toccare i tasti emozionali del protagonista e dello spettatore. Un racconto introspettivo e crudo, che non contempla alcun tipo di colpo di scena finale.<br />
Molto più scioccante &#8211; immagino anche la difficoltà da un punto di vista rappresentativo &#8211; è Transits. Quasi un&#8217;opera da tre soldi su un treno in viaggio, dove un padre, una figlia, un ragazzo, una misteriosa donna e un controllore si gettano addoso stralci di vita, di passioni e tragedia con pochissima interazione.  Attorno a loro solo echi di guerra, come bagliori e deflagrazioni. Un coro di voci dodecafoniche, quasi delle letture sceniche al pubblico. Che si trova coinvolto, suo malgrado, in una progressiva, tragica, attualissima alienazione.<br />
Pinter, Beckett e ancora Beckett mi vengono in mente leggendo La macchina da parlare. Protagonisti un uomo anziano, una macchina dalla voce femminile multi-lingue e un cane che dona piacere. Un finale di partita più emozionale, ma con la stessa forza disturbante. E quando si dice la coincidenza: La macchina da parlare  stata rappresentata per la prima volta alla Sala Beckett di Barcellona, nel dicembre 2007. In Italia al Pim Spazio Scenico, nel febbraio 2008, con la regia della stessa Victoria Szpunberg e l&#8217;interpretazione di Gianfelice Facchetti. Anche Il metodo Grönholm ha conosciuto un allestimento italiano nella scorsa stagione grazie a Nuovo Teatro e Vesuvio Teatro, con Nicoletta Braschi e Maurizio Donadoni e la regia di Cristina Pezzoli. A quando anche da noi Transits e Dopo di me il diluvio?</p>
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