Intervista a Enzo Giraldo

Come hai scoperto la tua vocazione per la recitazione?
Non credo di essere nato con il sacro fuoco, ovvero con la necessità assoluta di recitare, perché faceva parte di me. L’ho scoperta lentamente attraverso le esperienze radiofoniche, scoprendo la voce crescere e modificarsi in cuffia. Non mi interessavo solo il discorso musicale, ma anche quello fisico di crescita personale. Così a poco più di vent’anni mi sono chiesto: “Che cosa mi può portare a conoscermi meglio? E ho scoperto il teatro. Il passo non è stato breve, ma una naturale conseguenza.  Ho fatto l’esame ai Filodrammatici di Milano e poi sono stato ammesso all’Accademia. E da lì ho proseguito il mio percorso.
Come attore, senti di avere una vena naturalmente comica o drammatica?
L’attore è per definizione colui che può fare tutto di altro da sé. Per mia indole avevo una parte sicuramente drammatica, ma poi ho scopeto anche di essere un comico. Quindi ben vengano anche ruoli comici che ho avuto nella mia carriera. Comico e drammatico sono due facce della stessa medaglia.
All’inizio della carriera, hai avuto dei grandi maestri. Quali di questi ti ha influenzato di più?
Sono tutti molto diversi. Io sono molto debitore ai miei insegnanti dell’Accademia. Nonostante non ci fossero nomi famosissimi – a parte Ernesto Calindri, che però ho solo sfiorato – , sono quelli che mi hanno segnato e plasmato. Decisivo è stato anche l’incontro con Dario Fo che è un personaggio straordinario, geniale, unico e  irripetibile. Il trucco che ti dicono in Accademia è che devi rubare.  Come giovane attore sei una carta assorbente, una spugna che cerca di cogliere i segreti  dei maestri, stando dietro le quinte. Perché Dario Fo non ti può dire come si fa a carpire una risata al pubblico e d entrarne in completa sintonia. Io ho tubato molto dai miei maestri. Mi auguro di essere stato un bravo ladro.  Oltre a Fo ho avuto come maestro Peppino Patroni Griffi, con cui ho fatto quattro spettacoli, tutti Pirandello, con compagnie straordinarie, con attori come Rigillo, Caprioli, la Occhini e la Marinoni,. A differenza dell’Accademia, dove mi facevano lavorare sui miei difetti per migliorarmi e per farmi arrivare a una perfezione personale, Patroni Griffi  usava i difetti a tuo favore. Per esempio, se un attore aveva avuto la r moscia, lui addirittura non lavorava per toglierla, ma per farne una caratteristica vincente di quel personaggio. Aveva un grande e profondo rispetto per gli attori, che non era solo legato  alle qualità tecniche o espressive, ma anche a quelli che apparentemente erano dei difetti.
Da come parli l’autore che ti ha segnato di più sembra essere Pirandello.
Sì,  il mio sogno sarebbe quello di interpretare altri Pirandello. sarebbe quello d fare Molto Pirandello, Nascendo come attore di parola, cioè di un corpo che non è solo energia ma che parla, Pirandello è l’autore per eccellenza della parola. Negli spettacoli con Patroni Griffi ho avuto modo i osservare, non solo grazie al mio personaggio ma anche grazie alle prove di attori come Caprioli e Rigillo, come le potenzialità di questo autore siano straordinarie.
Raccontaci un aneddoto carino e sorprendente, legato a qualcuno di questi grandi personaggi che hai incontrato
Tieni presente che io sono un attore molto diligente, un po’ primo della classe, poco imprevedibile. Tendo molto a seguire le indicazioni che il regista mi da. Anche perché la regia è sua e non sono autorizzato a stravolgerla. A questo proposito, mi viene in mente un episodio  legato a Patroni Griffi. Una volta mi sono preso una libertà durante uno spettacolo con lui. Io interpretavo un giornalista intellettuale in smoking e, durante la tournée, ho pensato di rasarmi i capelli a zero. Lui mi ha visto in tournée e mi riprese. Mi disse che il personaggio non passa solo attraverso la parola, ma anche attraverso una scelta stilistica visiva e io l’avevo snaturato. Credo di aver subito la più grande umiliazione della mia vita. Io pensavo di aver fatto la cosa giusta in sintonia con il personaggio. Mi sarei sprofondato. E’ una cosa che imparai allora, cioè che il mio essere attore passa dalla totalità del corpo, non solo tramite la battuta detta bene o l’abito ben portato, ma attraverso pochi millimetri di capelli.
Questo stesso rigore lo hai trovato lavorando in televisione?
Direi di no.
Però molti attori provenienti dalla prosa, come Luca Barbareschi con cui hai lavorato, sono scesi a compromessi, lavorando in televisione. Tu fino a che punto arriveresti?
La televisione ti obbliga a fare delle scelte che vanno anche al di là della linea di rispetto per il pubblico che vorresti mantenere. In televisione ho dovuto fare personaggi, magari  anche divertenti e di grande successo, ma che inizialmente mi imbarazzavano. Ma le ho fatte, perché so che altrimenti non mi avrebbero più chiamato. Per mia fortuna non  ho mai dovuto superare il limite della volgarità.
Non ti innervosisce il fatto che un attore di prosa debba scendere a compromessi e poi magari degli assoluti incapaci fanno un reality e vengono catapultati nella prosa?
Questa cosa succede ed è, purtroppo,  imbarazzante.
Un reality lo faresti?
Dipende, magari un reality dove non sia necessario per forza essere volgari o dimostrare di essere più aggressivi di altri. Non “L’isola dei famosi”. Mi piacerebbe un ambito dove si metta in mostra il proprio talento, tipo “Amici”, anche se però in questo programma dove c’è la tendenza di creare attrito tra allievo e insegnante. Passa un messaggio un po’ alterato per cui un ragazzino magari pensa che sia giusto insultare il proprio insegnante.
In televisione sei sempre molto attivo. Parlaci dei tuoi prossimi impegni.
Per quanto riguarda le novità, mi piace segnalare che in questo prossimo autunno in  Rai e Mediaset, ci saranno due fiction in cui interpreto due personaggi diversi, di cui uno protagonista di puntata.
Le due fiction sono “Le ragazze dello swing”, sulla vita del Trio Lescano (le sorelle olandesi di Maramao perchè sei morto, a cui le odierne Sorelle Marinetti debbono molto, ndr) dove ho il ruolo di un funzionario fascista e “All Stars” per Italia 1, una sitcom ambientata su un campo di calcio di provincia con Diego Abatantuono, Fabio de Luigi, Ugo Conti, Ambra Angiolini e moltissimi altri attori e cabarettisti di grido. In questo caso ho un personaggio molto divertente,  un prefetto sciocco, vittima degli scherzi dei protagonisti.
Parliamo invece della tua esperienza al Teatro alla Scala. Come sei entrato nel mondo della lirica?
Nel 2009 ho lavorato con il Piccolo Teatro in “Madre Coraggio”,  con la regia di Robetr Carsen, un regista,  che tra l’altro, proviene dalla lirica). Come saprai nel mio curriculum ho scritto che sono l’attore più alto d’Italia. La Scala stava cercando degli attori alti per il “Tristano e Isotta” di Chereau , quindi ha chiamato il Piccolo, che ha passato la mia scheda. Mi hanno voluto vedere e dopo tre giorni di provino con Chereau e dopo tre anni eccomi qua a a lavorare ancora con loro.
Che cosa è richiesto a un attore-mimo?
Raramente sono previste previste battute nella partitura. E’ prevista invece tutta una serie di azioni fisiche a supporto dei personaggi principali. Il lavoro che facciamo è di grande improvvisazione intorno a i temi dello spettacolo, per arrivare poi a creare una serie logica di azioni a supporto dei cantanti.  In “Da una casa dei morti”,  ambientato in un gulag siberiano in epoca zarista, ovviamente le azioni sono legate al rapporto guardia-prigionieri. Io interpreto una delle guardie, con e le sue durezze e frustrazioni. C’è un lavoro fisico enorme, perché il nostro personaggio si esprime attraverso la fisicità, attraverso l’umiliazione e, paradossalmente, il divertimento dei prigionieri, che hanno anche momenti leggeri all’interno della quotidianità della prigione. Il tutto passa attraverso grande training fisico che poi in scena ha una sua ragione d’essere.
Com’è lavorare con Chereau?
Chereau è un regista a 360 gradi, è uno dei geni con cui ho avuto occasione di lavorare. Ha grande rispetto per chi ha di fronte, una capacità totale di gestire l’evento in vista  della gestione degli attori, dell’apparato tecnico, dalle luci alla messa in scena. Si vede che ha un grande amore per questo mestiere e ti mette nelle condizioni perché tu possa dare al meglio senza importi fretta, ma lavorando su di te, facendoti tirar fuori che quello che effettivamente poi andrà bene E’ un regista di grande sensibilità, molto attento ai professionisti con cui lavora, che chiede tantissimo. Non si fermerebbe mai, ha un energia pazzesca pur avendo sessantacinque anni, molto meno di gran parte del cast.
Pensi che lavorerai mai con lui nella prosa?
Chereau è un regista internazionale,  lavora in cinema e a teatro ha fatto spettacoli indimenticabili, come l’”Amleto” vent’anni fa che girò in tutta l’Europa,  portando in scena un cavallo bianco vero al Lirico di Milano. La sua lingua madre è il Francese, ma parla perfettamente anche Italiano, Inglese e  Tedesco. E’ quasi imbarazzante questa sua capacità di entrare in ogni cultura. In Italia non so se avrà la possibilità di fare allestimenti. Ti posso solo dire che il gruppo con cui sto recitando adesso è talmente forte e lui lo ama molto che ci porterà a Berlino con “Da una casa di morti” nel 2011. Quindi, see non ci sarà la prosa ci sarà comunque la lirica
Anche se non parli?
Tieni presente che uno dei personaggi più belli che ho visto è la figlia muta di “Madre Coraggio”. Ci sono personaggi che hanno una forza, una violenza tale che ti appagano..
So che il cinema è una tua passione Pensi di avere ancora molto da dire sul set?
In cinema vorrei fare di più, anche se ho ho due film in uscita prossimamente. Uno si chiama “Sentirsidire”, diretto dal giovane regista bresciano di Giuseppe Lazzari , con Francesco Mariottini che arriva dalla culla di “Amici”. E’ un ottimo ballerino oltre che un attore molto bravo e spontaneo Io nel film interpreto suo padre, un personaggio problematico. L’altro, in usicta a maggio si intitola” Backward”,  con Randi Ingermann, Toni Sperandeo, Ugo Conti  e Fabio Bonini. Qui sono il custode di un campo di calcio in cui i giovani allievi si allenano.Devo ammettere che comunque sono poche le opportunità che vengono offerte a un attore a Milano.
Il cinema a Milano, a parte Salvatores e Nichetti , non ha molto spazio e molti si buttano anche sul digitale, penso ad esempio a Marina Spada. Tu lo faresti?
Non credo perché ho la sensazione di padroneggiare ancora  il cinema così a fondo  da gestirlo. In teatro potrei farlo. In cinema non mi sento ancora così forte. E’ un linguaggio diverso. In teatro con la parola e il gesto devi arrivare all’ultima fil o in galleria. Tutto è amplificato. In cinema con la cinepresa addosso e il tuo faccione ingigantito, ti basta poco per essere sufficiente e, come attore teatrale, ho fatto un grosso lavoro per togliere, togliere, togliere. Adesso finalmente ci sono arrivato.
Con “Nodo alla gola” andato in scena al Teatro Verga hai riscosso un notevole successo e si è creato un piccolo fenomeno di cult.
Infatti  un allestimento molto curato che èandato benissimo grazie anche al passaparola del pubblico. L’anno prossimo lo riprenderemo anche in Lombardia e Centro Nord Italia.
Altri progetti in teatro?
Questa stagione ho lavorato in un testo sul dilemma dell’eterno Peter Pan  di Tullio Moreschi “Il cielo è sempre più blu”, diretto da Mattia Sebastiano Giorgetti . Il gruppo che si è creato è molto bello e c’è un progetto proveniente  alla drammaturgia francese
Quindi secondo te di testi interessanti in Italia ce ne sono pochi?
Ma in effetti la Francia ha una sua tradizione, è più organizzata ma anche per una ragione storica.
Non trovi che in Italia ci sia un” gap” eccessivo in Italia tra pubblico e nuova drammaturgia? In Francia non si riesce subito a trovare la chiave con il pubblico. Forse è colpa dell’eccessiva sperimentazione in Italia?
Troppa sperimentazione, ma anche troppa poca fiducia nelle istituzioni, per cui non si fa nulla per valorizzare quella che è la nuova drammaturgia, ci si affida alla voglia di fare dei singoli, che rischiano. In Italia la cultura è un di più, basti pensare ai tagli al Fus
Secondo te perché adesso un giovane dovrebbe fare l’attore? E tu lo rifaresti?
Io lo rifarei, perché rispetterei me stesso. E’ un lavoro molto duro, un giovane lo deve fare se ha un urgenza dentro per sé e nei confronti del mondo che lo circonda. Se ha una necessità personale di espressione e di comunicare i suoi pensieri tuoi e quelli altrui (per esempio di un autore che usa il suo linguaggio). Se invece diventa solo esteriorità alla Grande Fratello meglio lasciar perdere. Pensare che essere in televisione equivalga a esistere  non è il modo migliore per cominciare a fare questo mestiere.

EnzoRelax

Come hai scoperto la tua vocazione per la recitazione?

Non credo di essere nato con il sacro fuoco, ovvero con la necessità assoluta di recitare. L’ho scoperto lentamente attraverso le esperienze radiofoniche, scoprendo la voce crescere e modificarsi in cuffia. Non mi interessava solo il discorso musicale, ma anche quello fisico di crescita personale. Così a poco più di vent’anni mi sono chiesto: “Che cosa mi può portare a conoscermi meglio?” E ho scoperto il teatro. Il passo non è stato breve, ma una naturale conseguenza.  Ho fatto l’esame ai Filodrammatici di Milano e poi sono stato ammesso all’Accademia. E da lì ho proseguito il mio percorso.

Come attore, senti di avere una vena naturalmente comica o drammatica?

L’attore è per definizione colui che può fare tutto di altro da sé. Per mia indole avevo una parte sicuramente drammatica, ma poi ho scoperto anche di essere un comico. Quindi ben vengano anche i  ruoli comici, che ho avuto nella mia carriera. Comico e drammatico sono due facce della stessa medaglia.

All’inizio della carriera, hai avuto dei grandi maestri. Quali di questi ti ha influenzato di più?

Sono tutti molto diversi. Io sono molto debitore ai miei insegnanti dell’Accademia. Nonostante non ci fossero nomi famosissimi – a parte Ernesto Calindri, che però ho solo sfiorato – , sono quelli che mi hanno segnato e plasmato. Decisivo è stato anche l’incontro con Dario Fo, che è un personaggio straordinario, geniale, unico e  irripetibile. Il trucco che ti dicono in Accademia è che devi “rubare”.  Come giovane attore sei una carta assorbente, una spugna che cerca di cogliere i segreti  dei maestri, stando dietro le quinte. Perché Dario Fo non ti può dire come si fa a carpire una risata al pubblico ed entrarne in completa sintonia. Io ho rubato molto dai miei maestri. Mi auguro di essere stato un bravo ladro.  Oltre a Fo, ho avuto come maestro Peppino Patroni Griffi, con cui ho fatto quattro spettacoli, tutti Pirandello, con compagnie straordinarie, con attori come Rigillo, Caprioli, la Occhini e la Marinoni. A differenza dell’Accademia, dove mi facevano lavorare sui miei difetti per migliorare e per farmi arrivare a una perfezione personale, Patroni Griffi  usava i difetti a tuo favore. Per esempio, se un attore aveva avuto la erre moscia, lui addirittura non lavorava per toglierla, ma per farne una caratteristica vincente di quel personaggio. Aveva un grande e profondo rispetto per gli attori, che non era solo legato  alle qualità tecniche o espressive, ma anche a quelli che apparentemente erano dei difetti.

Da come parli l’autore che ti ha segnato di più sembra essere Pirandello.

Sì, il mio sogno sarebbe quello di interpretare altri Pirandello. sarebbe quello di fare molto Pirandello. Nascendo come attore di parola, cioè di un corpo che non è solo energia ma che parla, Pirandello è l’autore per eccellenza della parola. Negli spettacoli con Patroni Griffi ho avuto modo di osservare, non solo grazie al mio personaggio ma anche grazie alle prove di attori come Caprioli e Rigillo, come le potenzialità di questo autore siano straordinarie.

Raccontaci un aneddoto carino e sorprendente, legato a qualcuno di questi grandi personaggi che hai incontrato.

Tieni presente che io sono un attore molto diligente, poco imprevedibile. Tendo molto a seguire le indicazioni che il regista mi da. Anche perché la regia è sua e non sono autorizzato a stravolgerla. A questo proposito, mi viene in mente un episodio  legato a Patroni Griffi. Una volta mi sono preso una libertà durante uno spettacolo con lui. Io interpretavo un giornalista intellettuale in smoking e, durante la tournée, ho pensato di rasarmi i capelli a zero. Lui mi vide e mi riprese. Mi disse che il personaggio non passa solo attraverso la parola, ma anche attraverso una scelta stilistica visiva e io l’avevo snaturato. Credo di aver subito una delle più grandi umiliazioni della mia vita. Io pensavo di aver fatto la cosa giusta in sintonia con il personaggio. Mi sarei sprofondato. E’ una cosa che imparai allora, cioè che il mio essere attore passa dalla totalità del corpo, non solo tramite la battuta detta bene o l’abito ben portato, ma anche attraverso pochi millimetri di capelli.

Questo stesso rigore lo hai trovato lavorando in televisione?

Direi di no.

Però molti attori provenienti dalla prosa, sono scesi a compromessi, lavorando in televisione. Tu fino a che punto arriveresti?

La televisione ti obbliga a fare delle scelte che vanno anche al di là della linea di rispetto per il pubblico che vorresti mantenere. In televisione ho dovuto fare personaggi, magari  anche divertenti e di grande successo, ma che inizialmente mi imbarazzavano. Ma li ho fatti, perché so che altrimenti non mi avrebbero più chiamato. Per mia fortuna non ho mai dovuto superare il limite della volgarità.

Un reality lo faresti?

Dipende, magari un reality dove non sia necessario per forza essere volgari o dimostrare di essere più aggressivi di altri. Mi piacerebbe un ambito dove si metta in mostra il proprio talento, tipo “Amici”, anche se però in questo programma c’è la tendenza a creare attrito tra allievo e insegnante. Passa un messaggio un po’ alterato, per cui un ragazzino magari pensa che sia giusto insultare il proprio insegnante.

In televisione sei sempre molto attivo. Parlaci dei tuoi prossimi impegni.

Per quanto riguarda le novità, mi piace segnalare che in questo prossimo autunno in  Rai e Mediaset, ci saranno due fiction in cui interpreto due personaggi diversi, di cui uno protagonista di puntata.

Le due fiction sono “Le ragazze dello swing”, sulla vita del Trio Lescano (le sorelle olandesi di Maramao perchè sei morto, a cui le odierne Sorelle Marinetti debbono molto, ndr) dove ho il ruolo di un funzionario fascista e “All Stars” per Italia 1, una sitcom ambientata su un campo di calcio di provincia con Diego Abatantuono, Fabio de Luigi, Ugo Conti, Ambra Angiolini e moltissimi altri attori e cabarettisti di grido. In questo caso ho un personaggio molto divertente, un prefetto sciocco, vittima degli scherzi dei protagonisti.

Parliamo invece della tua esperienza al Teatro Alla Scala. Come sei entrato nel mondo della lirica?

Nel 2006 ho lavorato con il Piccolo Teatro in “Madre Coraggio” di Brecht, con la regia di Robert Carsen, un regista che, tra l’altro, proviene dalla lirica. Come saprai, nel mio curriculum ho scritto che sono l’attore più alto d’Italia. La Scala stava cercando degli attori alti per il “Tristano e Isotta” di Chéreau, quindi ha chiamato il Piccolo, che ha passato la mia scheda. Mi hanno voluto vedere e, dopo tre giorni di provino con Chéreau, mi hanno preso.  E dopo tre anni, eccomi qua a a lavorare ancora con loro.

Che cosa è richiesto a un attore-mimo?

Raramente sono previste previste battute nella partitura. E’ prevista invece tutta una serie di azioni fisiche a supporto dei personaggi principali. Il lavoro che facciamo è di grande improvvisazione intorno a i temi dello spettacolo, per arrivare poi a creare una serie logica di azioni a supporto dei cantanti.  In “Da una casa di morti”,  ambientato in un gulag siberiano in epoca zarista, ovviamente le azioni sono legate al rapporto guardia-prigionieri. Io interpreto una delle guardie, con le sue durezze e frustrazioni. C’è un lavoro fisico enorme, perché il nostro personaggio si esprime attraverso la fisicità, attraverso l’umiliazione e, paradossalmente, il divertimento dei prigionieri, che hanno anche momenti leggeri all’interno della quotidianità della prigione. Il tutto passa attraverso grande training fisico che poi in scena ha una sua ragione d’essere.

Com’è lavorare con Chéreau?

Chéreau è un regista a 360 gradi, è uno dei geni con cui ho avuto occasione di lavorare. Ha grande rispetto per chi ha di fronte, una capacità impressionante di gestire l’evento nella sua globalità, la relazione con i solisti, gli attori e le masse, l’aspetto tecnico, dalle luci alla messa in scena nella sua totalità. Si vede che ha un grande amore per questo mestiere e ti mette nelle condizioni perché tu possa dare il meglio senza importi fretta, ma lavorando con attenzione su di te, elaborando e facendoti tirar fuori quello che effettivamente poi andrà bene. E’ un regista di grande sensibilità, molto attento ai professionisti con cui lavora, a cui chiede peraltro tantissimo. Non si fermerebbe mai, ha un energia pazzesca pur essendo meno giovane di gran parte del cast.

Pensi che lavorerai mai con lui nella prosa?

Chéreau è un regista internazionale,  lavora in cinema e a teatro ha fatto spettacoli indimenticabili, come l’”Amleto” che vent’anni fa girò in tutta l’Europa,  portando in scena un cavallo bianco vero al Lirico di Milano. La sua lingua madre è il Francese, ma parla perfettamente anche Italiano, Inglese e Tedesco. E’ quasi imbarazzante questa sua capacità di entrare in ogni cultura. In Italia non so se avrà la possibilità di fare allestimenti. Ti posso solo dire che il gruppo con cui sto recitando adesso è talmente forte e lui lo ama molto, che c’è la proposta di portare tutto il cast milanese di solisti e attori a Berlino con “Da una casa di morti”. Quindi, se non ci sarà la prosa ci sarà comunque la lirica.

Anche se non parli?

Tieni presente che uno dei personaggi più belli che ho visto è la figlia muta di “Madre Coraggio”. Ci sono personaggi che hanno una forza, una violenza tale che ti appagano.

So che il cinema è una tua passione Pensi di avere ancora molto da dire sul set?

In cinema vorrei fare di più, anche se ho ho due film in uscita prossimamente. Uno si chiama “Sentirsidire”, diretto dal giovane regista bresciano Giuseppe Lazzari , con Francesco Mariottini che arriva dalla culla di “Amici”. E’ un ottimo ballerino, oltre che un attore molto bravo e spontaneo Io nel film interpreto suo padre, un personaggio problematico. L’altro, in uscita a maggio, si intitola “Backward”, la regia è di Max Leonida, con Randi Ingerman, Toni Sperandeo, Ugo Conti e Fabio Bonini. Qui sono il custode di un campo di calcio in cui i giovani allievi si allenano. Devo ammettere che comunque sono poche le opportunità che vengono offerte a un attore a Milano.

Infatti il cinema a Milano, a parte Salvatores e Nichetti , non ha molto spazio e molti si buttano anche sul digitale, penso ad esempio a Marina Spada. Tu lo faresti?

Non credo, perché ho la sensazione di non padroneggiare ancora il cinema così a fondo da poterlo gestire completamente. In teatro potrei farlo. In cinema non mi sento ancora così forte. E’ un linguaggio diverso. In teatro con la parola e il gesto devi arrivare all’ultima fila o in galleria. Tutto è amplificato. In cinema con la cinepresa addosso e il tuo faccione ingigantito, ti basta poco per essere efficace e, come attore teatrale, ho fatto un grosso lavoro per togliere, togliere, togliere. Adesso finalmente ci sono arrivato.

Con “Nodo alla gola” andato in scena al Teatro Verga hai riscosso un notevole successo e si è creato un piccolo fenomeno di cult.

Infatti è un allestimento molto curato che è andato benissimo, grazie anche al passaparola del pubblico. L’anno prossimo lo riprenderemo anche in Lombardia e Centro-Nord Italia.

Altri progetti in teatro?

Questa stagione ho lavorato in un spettacolo sul dilemma dell’eterno Peter Pan, scritto da Tullio Moreschi, “Il cielo è sempre più blu”, con la regia di Mattia Sebastiano Giorgetti. Il gruppo che si è creato è molto bello e c’è un progetto legato alla drammaturgia francese. Se son rose…


Quindi secondo te di testi interessanti in Italia ce ne sono pochi?

Ma in effetti la Francia ha una sua tradizione, è più organizzata ma anche per una ragione storica.

Non trovi che  ci sia un” gap” eccessivo in Italia tra pubblico e nuova drammaturgia? In Francia si riesce subito a trovare la chiave con il pubblico. Forse è colpa dell’eccessiva sperimentazione italiana?

Troppa sperimentazione, ma anche troppa poca fiducia delle istituzioni nella cultura, per cui non si fa nulla per valorizzare quella che è la nuova drammaturgia, ci si affida alla voglia di fare dei singoli, che rischiano troppo spesso sulla propria pelle. In Italia la cultura è un di più, basti pensare ai recenti e pesanti tagli al Fus (Fondo Unico dello Spettacolo, ndr).

Secondo te perché adesso un giovane dovrebbe fare l’attore? E tu lo rifaresti?

Io lo rifarei, perché rispetterei me stesso. E’ un lavoro molto duro, un giovane lo deve fare se ha un’urgenza dentro, per sé e nei confronti del mondo che lo circonda. Se ha una necessità personale di espressione e di comunicare i suoi pensieri e quelli altrui (per esempio quelli di un autore nel quale pensiero ci si identifica). Se invece diventa solo esteriorità alla “Grande Fratello” meglio lasciar perdere. Pensare che essere in televisione equivalga a esistere  non è il modo migliore per cominciare a fare questo mestiere.

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