Intervista a Daniele Bonadei

Come sei entrato nel mondo musicale?
Terminati gli studi musicali, ho iniziato a suonare con gruppi underground milanesi in vari locali e studi di registrazione. All’inizio avevo anche un altro lavoro, ma ero terribilmente attratto dal mondo musicale. Un po’ come quando assaggi un pezzo di torta e poi ti piace talmente tanto da non poterne fare a meno e te la mangi tutta.

Quale genere musicale ti piaceva di più all’epoca?
Inizialmente avevo un’anima decisamente rock. Poi l’incontro con Stefano Covri,mio insegnante di musica e chitarra, mi ha segnato molto, non solo musicalmente. Mi ha aperto altri orizzonti per ascoltare la musica acustica e jazz. Mi ha fatto scoprire il lato umano della musica, vale a dire  il rapporto che si crea tra le persone che suonano, tra la loro passione. Mi ha fatto capire che cosa vuol dire insegnare agli altri.

Come hai scelto lo strumento?
Avevo una passione fortissima per le tastiere. Poi mi sono avvicinato alla chitarra, perché mi ero convinto che uno bravo dovesse per forza suonare un altro strumento. Mi aveva colpito, in questo senso, una foto di Lucio Dalla che suonava il clarinetto. La chitarra, poi, ha una componente molto più fisica del piano, c’è il contatto delle dita sulle corde, sul legno. Ed è più misteriosa: sembra di suonare nel nulla e improvvisamente esce la magia.

Come cantante ti sei esibito con band, ma anche con cori operistici. Ma ti piace cantare?

Studiare più a fondo il canto mi ha aiutato a conoscermi meglio e lasciarlo trasparire al di fuori.
Adoro collaborare con altri, ma quando si tratta di progetti miei preferisco essere indipendente e usare la mia voce. Al massimo mi avvalgo di alcuni musicisti fidati, come due colleghi storici, un contrabbassista e un percussionista. Com’è stato il caso di Smoke on the water e degli altri brani di MySpace che sono stati recensiti su Guitar Player Magazine. Per la musica lirica il discorso è un altro:  mi hanno affascinato la componente armonica e gli effetti drammatici del coro. Ricordo una bellissima esperienza, dal punto di vista espressivo, di una Cavalleria Rusticana con il Coro Rosetum di Milano.

Le tue influenze musicali determinanti?
Eric Clapton, i Cream, il Jim Hendricks trio. In effetti i gruppi che mi piacciono sono in trio, una formazione ridotta ma molto, molto creativa. Su tutti prevale Eric Clapton, il musicista che mi ha influenzato maggiormente. Il suo Journey Man, con la bellissima Bad love per me è una vera pietra miliare. Poi Pat Martino e il suo disco di duetti All sides now.

Preferisci arrangiare pezzi che ami già o che magari vorresti migliorare?
Mi piace riarrangiare qualcosa che mi piace. Un brano che mi colpisce ha già qualcosa che sento e poi seguo nell’arrangiamento. La sfida di Smoke on the water nella “café version”, lodata da Michael Molenda su Guitar Player Magazine, era proprio mantenere solo la linea vocale e melodica e lasciare che il pezzo andasse dove voleva.

Visti i risultati direi che il tuo approccio funziona.
Sì, in effetti cerco di dare la mia impronta tecnico-emozionale, mantenendo quel qualcosa che sento all’inizio.

Cosa pensi della musica più moderna come l’hip hop?
L’hip hop è un genere che lavora su basi diverse dalle mie, ma ha tutto il mio rispetto, quando introduce, per esempio, le campionature di chitarra, che ho anche eseguito in diverse occasioni. I ragazzi con cui ho lavorato erano magari un po’ rudi all’apparenza, ma avevano un affetto e una meraviglia nei confronti dello strumento, che non trovi sempre in altri ambiti. Si tratta di ragazzi influenzati dall’ambiente in cui nascono, che usano una maschera per proteggersi, ma sono persone eccezionali.

In definitiva non c’è un genere che non ti piaccia?
Direi di sì. Anche quando mi è capitato di andare a suonare il liscio. Mi basta avere la chitarra in mano per stare bene.

Con chi ti piacerebbe suonare?
Di sicuro con Eric Clapton. Tra le cantanti Céline Dion, Anastacia.

E poi un giorno mi piacerebbe duettare con il mio vecchio compagno di scuola Salvatore Licitra, ora uno dei più gradi tenori al mondo. Chissà un giorno potrebbe realizzarsi.
Tra gli italiani ho un piccolo sogno: suonare Storie di tutti i giorni con Riccardo Fogli. Poi mi piacerebbe suonare con i cabarettisti di Zelig. Amo molto il cabaret e trovo molto interessante l’interazione che si crea in scena tra musicista e comico.

Se potessi scegliere, Blue Note di New York o Tokio o lo Stadio di San Siro?

Ho un po’ un’anima divisa in due: una più intima, più portata a lavorare solo con chitarra acustica. L’altra più rock. Ho suonato davanti a migliaia di persone però sono sempre riuscito a vederle. Ecco forse a San Siro mancherebbe un po’ il contatto con il pubblico. Ma anche San Siro, non sarebbe male…

Cos’è cambiato dopo la recensione che è apparsa su Guitar Player Magazine?
Inevitabilmente sono entrato in in contatto con l’altra parte dell’oceano e ho scoperto musicisti eccezionali, che apprezzano il lavoro altrui. In Italia c’è ancora la mania del virtuoso. Negli Stati Uniti, un musicista deve soprattutto dare emozioni.

A te che effetto ha fatto la recensione?
Essere uno dei pochi musicisti italiani nominati su Guitar Player Magazine è una cosa fortissima. Soprattutto perché vuol dire che sono riuscito a filtrare mille cose differenti attraverso la mia musica. Che  poi è il riflesso anche della mia vita personale, dato che fare “altro”, come per esempio vedere gli amici, mi fa suonare meglio.

La presenza su MySpace ha aiutato molto i musicisti negli ultimi anni. Tu che opinione ne hai?
MySpace è una forza della natura e ti mette davvero in contatto con persone che non avresti raggiunto in altro modo. Ci sono cose che solo il web ti consente. Quelli di Guitar Player Magazine mi hanno ascoltato, mi hanno recensito e pubblicato solo grazie a MySpace. Una volta  forse avrei potuto spedire per  posta ma non credo che li avrei raggiunti così facilmente.

C’è da dire che poi che MySpace è un contenitore di tutto quello che quello che ti piace. Infatti tra gli amici MySpace ho molti cabarettisti.

Quali sono stati gli effetti post-recensione? E’ cambiato qualcosa?
Sono in programma diversi passaggi  radiofonici, interviste e proposte di arrangiamenti davvero interessanti. Tutte cose molto stimolanti per la mia carriera.

So che sei un grande appassionato di musical. Il tuo preferito?
Il primo musical che mi ha folgorato è stato senz’altro Jesus Christ Superstar. Ma il Rocky Horror Show o Rocky Horror Picture Show mi ha fatto incontrare delle persone meravigliose e conoscere un musical diverso e unico nel suo genere.

Tu sei anche un insegnante di musica molto apprezzato. Com’è il tuo rapporto con gli allievi?
Il miglior rapporto allievi-insegnante si crea quando c’è scambio di opinioni e chiacchierate sulla musica. Se si instaura un rapporto umano si impara meglio. La tecnica è fondamentale, ma bisognerebbe anche invogliare le persone a suonare. Non tutti si appassionano da subito a tutto. Non puoi far appassionare un metallaro al jazz. In Italia spesso si insegna musica, sottovalutando la vera passione. Bisognerebbe avere la pazienza di poter seguire le esigenze di ognuno e di ogni strumento. Per me, se una persona dopo due anni mi dice che è riuscita a suonare come voleva è una soddisfazione grandissima.

Sei una persona attenta al look. Come lo scegli? Te lo sei inventato, segui le mode o è l’espressione della tua anima musicale?
Sono un tipo molto curioso, mi piace guardare ogni tipo di rivista, per capire cosa piace in giro, ma soprattutto quello che mi piace. Ho una passione sfrenata per i jeans e mi piacciono molto le scarpe non fini, ma solide. Un po’ come sono io. Amo indossare cose uniche come una collana o un anello d’argento particolare. Quello che indosso esprime comunque la mia personalità. Ho un cappello borsalino, che ora si usa molto, ma l’ho comprato perché mi piace. Anche le camicie etniche riflettono il mio amore per la musica etnica.

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