Intervista a Stefano Covri
Come hai iniziato ad avvicinarti alla musica?
Da ragazzo ero molto timido e rimasi incuriosito da un amico della mia compagnia che suonava e catalizzava l’attenzione. Così, a 14 anni, ho acquistato una chitarra e ho passato sei mesi interi chiuso in casa a suonare. Ricordo la reazione di mia madre, che non avendo mai visto una mia particolare passione per la musica, mi disse:”Te se matt!”. Certo, poi ho approfondito tutto con le scuole e ho capito che mi piaceva molto.
Come tue principali influenze tu citi James Taylor e Norah Jones. Senza dimenticare che viene spontaneo accostarti a Giorgio Gaber, per lo stile, ma anche perché hai partecipato al primo Festival a lui dedicato. A chi devi di più?
All’inizio mi piacevano i grandi cantautori italiani: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè. E Francesco Guccini, un po’ perché era legato alla situazione politica, ma anche perchè aveva gli accordi più semplici. Dopo mi sono appassionato anche alla musica straniera, in particolare a Crosby, Stills & Nash e James Taylor. Ai miei amici piacevano i Led Zeppelin, i Deep Purple, ma io non ero certo un rockettaro come loro. Poi ho conosciuto il mondo canzone milanese di Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.
Il cabaret appunto, come l’hai scoperto?
Si può dire che il cabaret che sia nato proprio nel periodo in cui ho iniziato a suonare professionalmente. Molti amici del cabaret erano in giro con me per locali. Erano anni di grande attività, c’erano consuetudini oggi impensabili per i cabarettisti, come la doppia apertura, vale a dire esibirsi in due locali diversi nell’arco della stessa serata.
Tu definisci la tua musica un mix di swing e pop, ovvero lo swop. Puoi spiegare meglio di che genere si tratta?
Swop è una definizione che non ho inventato io, ma mi si addice perfettamente. Proprio perché è un mix di swing e pop. Lo swing appartiene al il mio lato jazz e il pop lo intendo nel senso buono del termine, come pop cantautorale.
Tu sei un virtuoso del fingerstyle e del fingerpicking, vale a dire un particolare metodo di suonare la chitarra senza usare il plettro, ma solo le dita o le unghie. E’ un modo per affermare il tuo amore per la chitarra acustica?
Non essendo un rockettaro, sono legato alla chitarra acustica. Ti faccio un esempio: il mio vinile di “4 Way Street” di Crosby, Stills & Nash ha la parte acustica completamente consumata, mentre quella elettrica è praticamente intatta. Il fingerpicking nasce da un’esigenza personale ben precisa. All’inizio non avevo un gruppo, volevo dare di più con la chitarra, i semplici accordi non mi bastavano più e cercavo di fare tutto io: la melodia, l’accompagnamento del basso e il canto. In seguito, ho lavorato anche su molte altre piccole cablature.
Tu hai avuto come maestri alla Scuola Civica jazz di Milano degli autentici mostri sacri, come Enrico Intra e Franco Cerri. Com’è stato l’incontro con loro?
La Scuola Civica Jazz è stata un’esperienza bellissima, sia dal punto di vista umano sia musicale. Ho incontrato studenti molto dotati, ora musicisti famosi e personaggi storici del jazz milanese, come appunto Enrico Intra, Franco Cerri, Giorgio Azzolini, Marco Vaggi, Gianni Bedori e Paolo Pellegatti.
Ricordo che Franco Cerri veniva alla lezione serale, che allora frequentavo, prima della chiusura. Più di una volta prendeva il contrabbasso in mano per accompagnarci. Le prime volte rimanevamo tutti bloccati davanti a un mostro sacro come lui. Poi ci siamo sciolti davanti una persona di una signorilità , di una gentilezza e di un eleganza estrema.
“Attimi” il tuo ultimo cd è molto eterogeno da un punto di vista musicale. Per esempio in “Un’aria da bei tempi quelli” ci sono echi di jazz freddo, quasi alla Modern Jazz Quartet.
“Attimi” riunisce pezzi più recenti e contiene un insieme di stili diversi. Gli arrangiamenti sono di Walter Lupi, che ha fatto davvero un grande lavoro. Gli arrangiamenti di “Un’aria da bei tempi quelli” sono miei e suonano il batterista Massimo Manzi e il grande Paolo Ghetti, contrabbassista dell’Orchestra Europea. Hanno dato proprio quel tocco di jazz classico che volevo.
La canzone milanese è molto influenzata dalla canzone francese di Gainsbourg, Brel, Ferré. Tu ne ha subito il fascino direttamente?
Non ho ascoltato molto e non conosco bene la canzone francese. Anche perché mi è arrivata dopo per conoscenza indiretta da De André, che ha riproposto Brel, o da Lauzi ne Il Mondo e poi Nanni Svampa. Sicuramente ne ho assorbito degli echi attinti da quella milanese, o meglio, umoristica di ambientazione milanese. Per intenderci quella che deriva da Jannacci, Cochi e Renato,Gaber, Beppe Viola, Dario Fo.
Oltre a Fabrizio Canciani, hai collaborato con molti cabarettisti, come Flavio Oreglio. Come sei arrivato al cabaret?
Io ho sempre fatto il musicista e spesso, oltre a una parte musicale, nei locali c’era uno spettacolo di cabaret. E, inevitabilmente, ho conosciuto tutto il mondo del cabaret di adesso. C’era sì Zelig, ma era solo uno dei tanti locali. Ricordo il Nonsolomusica in via Ortles. Era una cantina ristrutturata gestita da un ragazzo. Al piano superiore, lo zio di questo ragazzo aveva un locale che si chiamava Derbino, dove si faceva cabaret più classico. Lì io mi occupavo della parte musicale, una sorta di chitarra bar, intervallandolo con qualche mia canzone. Non era un sottofondo musicale, ma un vero e proprio spettacolo. Lì ho conosciuto un po’ tutti: Aldo e Giovanni, Giacomo, Raul Cremona, Mister Forest, Cesare Gallarini. Io li guardavo e cercavo di assorbire quello che mi poteva servire per l’intrattenimento. Anche se non ho mai fatto cabaret puro. Con Flavio Oreglio ci siamo conosciuti e diventati amici negli anni ‘80, perché lui era musicista e abbiamo fatto delle canzoni e degli arrangiamenti insieme. Poi ci siamo ritrovati dopo anni, nel 2001.
Il progetto “Delitti e Canzoni” come nasce?
Da lettore ho sempre amato i libri gialli. In origine, Flavio Oreglio ha avuto l’idea gruppo Musicomedians, un progetto di un percorso che fonde teatro cabaret alla milanese, la canzone d’autore, la canzone umoristica. Diverso da come si fa adesso, senza personaggi. Nel progetto c’erano Fabrizio Canciani, Henry Zaffa e Franco Rossi. Canciani è uno scrittore di gialli e un cabarettista e si è da subito creata una forte intesa tra noi. In poco tempo, abbiamo scritto io la musica e Fabrizio i testi di “Non c’è Milano” e visto l’ottimo risultato, ci siamo detti: “Proviamoci!”. Così, dal nostro affiatamento e ragionando sulle canzoni, sono nate altre idee. Intanto il progetto Musicomedians si è fermato e noi abbiamo deciso di proseguire con questo spettacolo, che è un misto di musica e cabaret, raccontando il delitto dal punto di vista della canzone. Certo, si tratta per lo più di delitti leggeri, trattati con umorismo lieve, anche se a volte sfioriamo tragedie, come quella di Peppino Impastato. E’ uno spettacolo che ha girato molto, tant’è che siamo reduci da un tour estivo di successo. Tra l’altro è interessante notare la grande richiesta da circuiti lontani da quelli classici del cabaret, diciamo trasversali, come il Festival del giallo o il Courmayeur Noir Infestival.
Nel testo di “Non c’è Milano” si Parla di Ferrucio Soleri che recita Arlecchino al Piccolo e di Giorgio Strehler. Tu ami il teatro?
Il testo è di Fabrizio e io condivido in pieno. Ho un rapporto di curiosità e di grande rispetto verso il teatro. Io salgo sul palco, ma ho la coscienza di non essere un attore. Gli attori sono altri. Il teatro mi piace nel senso che amo veder quanto impegno e forza c’è dietro.
Chi sono i personaggi con cui ti piacerebbe suonare un giorno?
James Taylor, una partecipazione di Stephen Stills alla chitarra , un coro di David Crosby e Graham Nash, due note di Norah Jones al piano. E magari, volendo sognare, veder suonare dal vivo il grande chitarrista Wes Montgomery. Dev’essere stata una cosa incredibile.
In quale decennio musicale avresto voluto vivere?
Negli anni Settanta, senza dubbio. Io sono del ‘61, ho vissuto in parte quel decennio, ma non avevo ancora la consapevolezza tecnica che avrei voluto in un momento che era di estrema creatività. In quel periodo sono nate tante cose, magari da noi in Italia in modo meno eclatante, ma sono stati anni fertili. Sono nati nuovi generi e un modo di fare musica, rimasto per tanti anni.
Progetti a breve scadenza?
In questo momento mi sono buttato capofitto in “Delitti e Canzoni”. Abbiamo chiuso il tour estivo a Roma e fatto l’ultima data in una bellissima rassegna, “Blateatranti – Teatro comico d’autore”, diretta da Dado Tedeschi, al Teatro Comunale di Casalpusterlengo.
Fabrizio e io poi abbiamo scritto un libro scritto su “Delitti e Canzoni,” una specie di jam session letteraria con interventi di tanti amici, come Ale e Fanz, Enrico Bertolino Ricky Gianco, Enzo Guaitamacchi, Renzo Magosso.
Intanto sto finendo il disco di “Delitti e Canzoni” e nel 2009 ricominceremo con le date dal vivo. Faremo due date di “allenamento” il prossimo 28 novembre al Datchforum, per la serata di beneficienza “Continuiamo a progredir”. Con noi ci saranno Cesare Gallarini, Max Pisu, Ale e Franz. La stessa sera andremo al Teatro Lucania a Milano (in viale Lucania), dove poi faremo un’altra serata in gennaio.


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