Intervista a Laura Castoldi
Chi lo ama, sa che il il vintage non è una mascherata in capi d’epoca, ma una vera e propria interpretazione degli abiti. A differenza della moda, dove spesso gli abiti sono semplicemente indossati, senza stile. Io vedo un parallelo tra l’interpretazione teatrale, così coinvolgente per il pubblico e molto cattivo cinema di sola apparenza.
In questo senso, trovi ci sia un collegamento tra le tue due passioni, teatro e vintage?
Quando vado a teatro sto molto attenta anche ai costumi, più come un aspetto estetico, che completa il teatro. Per questo mi piace molto il teatro classico, perché mantiene molti elementi insieme: trucco, costumi, scene. Negli allestimenti moderni questi aspetti sono meno importanti, ci sono personaggi che recitano senza costumi o nudi e prevale la recitazione. Il teatro è meraviglioso, perché si entra in un altro mondo che è fatto anche di abiti.
Secondo la tua esperienza il vintage si utilizza in teatro?
Poco, ho visto recentemente un’opera di Miller con la protagonista femminile con uno splendido abito anni ‘70 originale. Ma in genere nelle pièces di quel periodo l’abito non è molto curato.
L’autore che si presta di più al vintage?
Miller, perché rappresenta anche la borghesia, che è la prima a vestire alla moda.
Il capo più teatrale, che fa più presa sul pubblico?
L’abito da notte o da sera.
Chi interpreta meglio il costume teatrale in Italia?
Senza dubbio, Mariangela Melato.
La tua filosofia second-hand style consiste nel dare una seconda opportunità ai capi usati, in contrasto con la moda odierna usa e getta. In teatro, ogni pièce ha tante occasioni di interpretazioni diverse nel corso degli anni. Esattamente l’opposto della televisione, dove spesso ci vengono proposti programmi e personaggi meteore.
Anche un abito indossato in due periodi differenti può essere interpretato in modo diverso?
Sì, perché non ha più lo stesso valore di un tempo. Io non sono d’accordo nel ricreare il look totale. E’ giusto indossare un capo alla volta, come un cappellino anni’ 30, che se prima era decisamente elegante, ora può dare un tocco di simpatia. La donna di oggi deve fare una sorta di mosaico per creare un suo stile personale, altrimenti la moda diventa noiosa. Una cosa che manca soprattutto alle giovani d’oggi, che tendono a una massificazione, non solo della moda, ma anche dell’estetica.
Tu in che periodo ti inquadri?
Non mi inquadro, perché ci sono cose che mi piacciono di ogni periodo. Mi piaccioni gli accessori anni ‘30, come gli orologi da tavolo, le petineuses, oggetti mai più rifatti nella storia.
Ti piacerebbe proporre il vintage in teatro?
A me piacerebbe proporre questa filosofia ovunque, perché è una cosa intelligente, fa risparmiare ed è anche un modo per fare storia e cultura. Non parlo del vintage stantio, come mi capita di vedere a volte, che sembra davvero teatro in strada. Ma di qualche capo qua là, che dia uno stile personale. Se le ragazze fossero così intelligenti da andare in un negozio come il mio o come altri, spenderebbero molto meno e si farebbero notare di più. Io per esempio non ho mai comprato un abito in boutique. E mi sono sempre sentita chiedere: “Che bello! Dove l’hai comprato?” Certo, quando rispondevo che andavo ai mercatini dell’usato notavo un’aria perplessa. Ma la prima reazione è quella che conta!
Nel caso siate rimasti contagiati da tanto entusiasmo e vogliate avvicinarvi al vintage, il prossimo 13 dicembre, presso il negozio Second-hand Style, (in via Friuli 61 a Milano), un’esperta di immagine terrà un corso teorico-pratico sul vintage, creando per ogni partecipante un look vintage personalizzato.
Per informazioni e iscrizioni:
www.secondhandstyle.it

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